IL FILO'

FILO’: incontro serale delle famiglie contadine nella stagione invernale di altri tempi.

Il nome - filò - deriva dal verbo - filare -, nel nostro caso, impegno delle donne di casa di trasformare in filo, con la rocca e il fuso, batuffoli di lana e steli di canapa e di lino, piante queste ultime coltivate poi macerate nell’acqua dei canali e fossati di bonifica, copiosamente presenti nella campagna veneta. Con la lana venivano confezionati, usando i ferri da calza, indumenti per i componenti della famiglia, come calze, maglie, guanti, berretti per l’inverno. I filati di canapa e di lino, tessuti nel telaio di famiglia, servivano per dotare la casa di biancheria in genere, come lenzuola, federe, asciugamani, camicie e capi per la cucina come tovaglioli, canovacci, grembiuli........ Più donne che si riunivano nelle stalle riscaldate dalla presenza degli animali, di sera, per filare, hanno dato origine al filò L’incontro di lavoro delle donne ha convinto, con il tempo, anche uomini, giovani, banbini e famiglie intere delle contrade di campagna. L’insieme di più persone ha arricchito l’incontro e lo ha animato e trasformato in uno scambio di esperienze e di cultura, in un incontro atteso e gioioso al quale era impossibile mancare. Ed ecco che nella stagione del riposo della campagna, verso l’imbrunire, le strade si popolavano di persone che frettolose e difese dai scialli e tabarri, si dirigevano verso il tepore delle stalle. In mano o in una sporta portavano gli attrezzi del lavoro che intendevano compiere. Ecco le donne, mamme e nonne di famiglie, che procedono sostenendo anche una sedia per sedersi, munite di rocca e fuso o di un semplice filatoio, spesso anche una sporta con calze da “scapinare” (rifare il piede o una parte, alle calze) o di biancheria da rammendare. Insieme a loro trotterellavano i bambini con la cartella di scuola appesa di traverso sulle spalle: leggere è il loro impegno e giocare il loro desiderio dopo di aver terminato i compiti per le lezioni della mattina dopo. Le ragazze invece tengono nella loro custodia, capi della propria dote da ricamare e abbellire nel migliore dei modi. Gli uomini arrivano con tutto l’occorrente per riparare o rinnovare gli arnesi da lavoro come cambiare il manico vecchio della vanga, del badile, della falce e delle forche; acomodare rastrelli e i magli, rifare i pioli alle scale e agli scaloni che occorrono per la potatura delle viti e degli alberi. E ancora è consuetudine scegliere i rami di salice (stropei) che secondo la lunghezza e la grossezza servivano per le viti o per intrecciare ceste e corbe, confezionare cestelli per la difesa dei fiaschi e damigiane. I giovani lavorano guidati dagli adulti e i bambini, terminati i doveri scolastici possono giocare a nascondino senza tanto gridare per non disturbare il lavoro del gruppo. Questi incontri iniziano con i primi freddi, dopo la semina del frumento, dopo la ricorrenza dei Santi e dei Defunti, quando cioè si avvicina il lungo inverno contadino. Le famiglie di una contrada e quelle abitanti nelle vicinanze e impegnate nel lavoro in una medesima Corte (fattoria), si riunivano nella stalla ospitale del padrone e rimanevano al caldo alla luce di una lucerna a petrolio detta “canfin”. Era questo il FILO’. La stalla diventa nell’ inverno il centro della vita sociale e spesso famigliare: i bambini anche mangiano e vengono lavati in stalla perchè le case erano fredde e umide come “bissare” (tane delle biscie). La legna scarseggia e il debole fuoco del focolare non scalda a sufficenza.
DISPOSIZIONE DELLE PERSONE PRESENTI AL “FILO”
Attorno alla lucerna a petrolio o canfin si siedono prima le donne che hanno bisogono di maggior luce per filare o cucire o scapinare calze e calzetti si sistemano poi i bambini che devono destreggiarsi con libri e quaderni; poi le ragazze impegnate a ricamare la dote, quindi gli uomini e i giovani occupati nel restauro di attrezzi, seduti nei scanni (sgabelli) della mungitura, su panche, sempre presenti in stalla, o sulla paglia, pronta in mucchi, per il rinnovo, nel mattino seguente, del letto delle mucche. Nella stalla si lavora e si dialoga volentieri e spesso si canta e si prega . Dice Dino Coltro, ricercatore e scrittore della civiltà contadina veneta, che “ la memoria delle generazioni trova nel Filò come la sua cassa di risonanza, diventa autentica scuola, dove tutti apprendono, fin da bambini, i modelli di comportamento, il modo di pensare, l’uso della parola, nei suoi vari aspetti e significati, proprio del gruppo sociale cui appartengono”. Il gruppo viene spesso animato dai racconti di storie fantastiche, dette “fole”, presentate da qualche persona capace di attirare l’attenzione con il timbro della voce e con gesti significativi, proprio degli attori di mimo. Storie apprese leggendo i pochi libri che lettori appassionati raggiungevano tramite qualche maestro di scuola. Gli attori o “contafole” possono essere anche due e si alternano secondo le parti più interessanti dei racconti. Le sere passavano lente al lume della lucerna, si lavora, si parla, si ascolta le fiabe che durano anche mesi tanto erano complicate da intrighi, da lotte, da amori. Ed è proprio dai racconti dei “contafole” che fiorisce il momento magico del filò, quando cioè la mente dell’uditorio si trasferisce dalla povertà quotidiana alla creazione fantastica. Nel silenzio della stalla si apre una parentesi inconsueta, nuova, godibile, che allieta gli animi, solidifica l’amicizia e lo scambio di simpatia in modo speciale tra i giovani. Da non dimenticare che nelle pause che danno respiro ai racconti dei cantastorie il dialogo spesso viene riservato alle notizie che riguardano gli interessi legati al lavoro quotidiano. Si parla di salari, di contratti di affitto e dei loro rinnovi, ma spesso il discorso si focalizza sulle novita del paese. La compagnia cosi si anima e con l’intervento di tutti, le notizie si completano. La discrezione però è una regola che gli adulti saggi riescono a far rispettare per condurre l’interesse nuovamente verso i racconti già iniziati dei cantastorie. Il Filò termina a sera inoltrata. E’ il capostalla che si alza per primo dal suo posto e dopo aver riordinato la paglia nelle poste degli animali, rivolto alla compagnia che sta ormai mettendo in ordine attrezzi e lavori, augura la “Fissa notte”, (buona notte) sottolineando con familiarità “Domani fa presto rivare (arrivare). Il Filò si è mantenuto vivo fino al secondo dopoguerra del secolo scorso. Negli anni del ritorno dei soldati, il filò continua ad esercitare il suo richiamo magico ancora per poco, anche se diventa interessante per i racconti dei militari che provengono da molte parti del mondo dove la guerra o la prigionia li aveva portati. Negli anni ‘50 comincia la sua scomparsa quando, con l’esodo di intere famiglie verso i poli industriali di Milano, Torino, Genova, le contrade di campagna diventano più silenziose perchè molte case rimangono vuote. Per i giovani che nel periodo di guerra non avevano potuto completare la scuola, vengono aperte nei paesi le scuole popolari pubbliche serali, perchè per trovare lavoro nell’industria, occorreva almeno aver completato con profitto il ciclo elementare. Il tempo è cambiato, l’agricoltura si sta meccanizzando e il futuro si presenta diverso da quello del lavoro manuale contadino.
E il Filò rimane un ricordo.